Il Bangladesh entra nell'era dei semiconduttori: BUET presenta "Pragati v1", chip open source per l'IoT
- 3DMultisystem

- 23 lug
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Il panorama tecnologico del Bangladesh segna una svolta storica grazie al dipartimento di Ingegneria Elettrica ed Elettronica della BUET (Bangladesh University of Engineering and Technology). L'ateneo ha infatti annunciato il completamento del tape-out e la successiva ricezione fisica di Pragati v1, un microprocessore a 32 bit che rappresenta il primissimo circuito integrato interamente concepito all'interno dell'università. Questo traguardo proietta la nazione asiatica nel settore del design dei semiconduttori, puntando su un'architettura ideata per l'universo dell'Internet delle Cose (IoT).
Un cuore RISC-V e una filosofia aperta
La struttura logica di Pragati v1 poggia sull'architettura aperta (ISA) RISC-V, una scelta che elimina i vincoli legati alle licenze dei set di istruzioni proprietari. Sotto la guida del professor ABM Harun-ur Rashid, gli studenti Khalid Hossain e Sheikh Tariful Islam hanno coordinato i lavori avvalendosi del supporto specialistico di Neural Semiconductor Limited. L'università ha rilasciato l'intero schema del processore in modalità open source.
Dal punto di vista tecnico, il silicio è configurato come un System-on-Chip (SoC) per sistemi integrati che non richiedono potenze di calcolo massive. Tra gli sbocchi commerciali figurano i moderni elettrodomestici smart, i sistemi di climatizzazione e la domotica. I dettagli su clock, archiviazione interna e interfacce di input/output non sono ancora stati divulgati, lasciando temporaneamente in sospeso un confronto diretto con i chip concorrenti sul mercato.
Progettazione accessibile e manifattura europea a 130 nm
La vera innovazione sta nella metodologia: il team ha impiegato software EDA open source affiancati al Process Design Kit IHP SG13G2. Tale approccio dimostra come piccoli istituti e startup possano finalizzare la progettazione e la verifica dei layout senza dover acquistare licenze software dai costi proibitivi. Sebbene le performance non siano paragonabili ai chip europei destinati ai supercomputer exascale, il valore geopolitico e accademico di una sovranità sul silicio resta elevatissimo.
La produzione materiale del chip è stata affidata alla fonderia dell'istituto tedesco IHP – Leibniz Institute for High Performance Microelectronics, che ha stampato i wafer a costo zero sfruttando il proprio programma di supporto alla ricerca open source. Il processo costruttivo adottato è a 130 nanometri: una tecnologia non adatta a processori per computer, ma ideale per sensori, sistemi embedded e controller in cui la robustezza e il contenimento dei costi prevalgono sulla miniaturizzazione estrema.
Dal codice al silicio: i prossimi passi per la BUET
Il superamento della fase di tape-out sancisce il passaggio dei file geometrici alla fabbrica, e il ritorno del chip rappresenta il coronamento fisico del lavoro. Ora si apre la delicata fase di testing in laboratorio: i ricercatori dovranno procedere con il primo avvio (power-on), i controlli elettrici e il debug del firmware per decretare l'effettiva prontezza di Pragati v1 per il mercato smart home.
Al di là del risvolto commerciale, il progetto ha un valore didattico inestimabile. Gli studenti della BUET hanno affrontato l'intera catena del valore dei semiconduttori – dal design dell'architettura al testing del silicio reale – ponendo le basi per una futura classe ingegneristica nazionale. Una strategia che dimostra come sia possibile creare un hub tecnologico locale partendo da competenze concrete e geometrie mature, senza la necessità immediata di stabilimenti produttivi da miliardi di dollari.


