Componenti PC: l'impennata dei costi della RAM non si ferma, rincari record anche per i vecchi standard
- 3DMultisystem

- 16 lug
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Il comparto delle memorie ad accesso casuale attraversa una fase di fortissima instabilità, caratterizzata da listini in costante ascesa. Stando alle ultime indiscrezioni provenienti dagli ambienti produttivi, la tempesta perfetta sui prezzi sembra destinata a durare ancora per molto tempo. La spirale rialzista non sta risparmiando nessuno: dopo aver colpito i più recenti moduli DDR5, la scure dei rincari si sta abbattendo con inaspettata violenza anche sulle tecnologie di precedente generazione, come DDR4 e persino DDR3, superando di gran lunga le proiezioni iniziali degli esperti.
Una recente analisi pubblicata da DigiTimes evidenzia come le trattative per i prezzi contrattuali siano tuttora in corso, ma i segnali captati all'interno della catena di distribuzione lasciano ben poche speranze ai consumatori. Nello specifico, per lo standard DDR4 si prospetta un'impennata che, nel terzo trimestre del 2026, potrebbe superare la soglia del 50% per quanto riguarda i singoli chip da 8 Gb. Si tratta di un balzo enorme, se si pensa che le stime precedenti parlavano di una frenata dei costi con incrementi più contenuti, compresi tra il 10% e il 20%. Al momento, i dati reali smentiscono le previsioni ottimistiche, escludendo qualsiasi inversione di tendenza a breve termine.
Il paradosso delle DDR4: costano più delle DDR5
La tensione sui mercati è resa evidente dai prezzi "spot" (ossia per consegna immediata) dei banchi DDR4 da 16GB, che in diverse occasioni hanno persino surclassato i costi dei corrispettivi moduli DDR5 di pari fascia. Un fenomeno singolare, considerando che la DDR4 rappresenta ancora la spina dorsale della maggior parte dei computer attualmente in circolazione.
A far lievitare i costi ha contribuito una domanda inaspettatamente robusta nel corso del secondo trimestre dell'anno. In questo contesto, le memorie prodotte a Taiwan mostrano un prezzo al pubblico decisamente superiore rispetto alle alternative marchiate Samsung. Il colosso coreano, infatti, ha progressivamente ridotto i volumi di vecchia generazione per concentrare le proprie linee produttive sulla fabbricazione di DDR5 e soluzioni premium ad alto margine.
"I listini contrattuali delle DDR4 da 8 Gb mantengono una traiettoria nettamente ascendente nel terzo trimestre. A causa di una drastica riduzione dei volumi produttivi, diversi attori della filiera hanno ricevuto notifiche dai partner taiwanesi che preannunciano aumenti del 50% su base trimestrale, frantumando i tetti di spesa inizialmente previsti", spiega il report di DigiTimes.
Ad alimentare ulteriormente la richiesta di componenti DDR4 ci pensano anche i comparti server e business, nello specifico gli SSD enterprise dotati di memoria cache DRAM, essenziali per garantire basse latenze e reattività nei centri dati.
I big del settore riducono i volumi: la transizione è obbligata
I tre principali attori globali del mercato delle memorie — Samsung, Micron e SK Hynix — stanno progressivamente abbandonando la tecnologia DDR4. Se da un lato Samsung mantiene una produzione marginale per soddisfare esclusivamente i contratti storici, Micron ha recentemente dirottato la produzione di massa di chip DDR4 e LPDDR4 (con processo produttivo a 1a nanometri) nel suo stabilimento statunitense di Manassas, in Virginia.
Di conseguenza, anche la reperibilità di chip DDR4 da 4 Gb e delle vecchie DDR3 si farà più complessa, spingendo i prezzi verso l'alto per tutta la seconda metà del 2026. Le rilevazioni di inizio luglio mostrano un quadro emblematico: un singolo chip DDR4 da 4 Gb si aggira sui 12,75 dollari, mentre un modulo DDR5 da 16 Gb si attesta a 47,07 dollari. Calcolando il puro costo per gigabit, emerge il paradosso: la vetusta DDR3 da 4 Gb costa circa 3,19 dollari al gigabit, contro i 2,94 dollari richiesti per la più moderna DDR5.
Questo scenario penalizza fortemente l'anello finale della catena: gli utenti consumer e gli assemblatori di PC. La sensazione di trovarsi di fronte a una crisi senza una chiara via d'uscita sta alimentando il malcontento online, con una fetta sempre più consistente di appassionati che punta il dito contro i produttori, ipotizzando presunti accordi di cartello per mantenere artificialmente alti i profitti.


